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PATTO APERTO CONTRO LA POVERTA': INTERVISTA AL PRESIDENTE ACLI GIANNI BOTTALICO

Occorre partire dal quotidiano, non dalle teorie

E' proprio della natura dell'uomo interessarsi agli altri, sia che si tratti di condividere le cose belle sia di aiutare chi si trova in difficoltà. E' un atteggiamento, una necessità che ci muove e che spesso mette in moto la creatività di quanti non sono disposti ad aspettare che la soluzione arrivi da altri. E' per un interesse reale a quanti vivono vicino che nascono opere e iniziative, come il “Patto Aperto contro la Povertà” promosso da Acli e che è lo spunto di questa nostra conversazione con il presidente di Acli Gianni Bottalico.

D. Le famiglie in Italia sono sempre più povere, i dati non lasciano molto spazio a dubbi, dal suo punto di vista qual è la causa principale di questa situazione?
Ritengo che la causa principale sia da ricercare sostanzialmente nel prevalere degli interessi della finanza speculativa sul lavoro, ossia sul fare impresa, quindi in fin dei conti sul bene comune. Infatti, a ben vedere, non è neanche del tutto vero che le famiglie in Italia sono più povere, esiste una fascia minoritaria di famiglie che come sempre, se guardiamo i dati sia dell'Istat che Eurispes, ha visto aumentare di molto la propria ricchezza. Poi ci sono circa due terzi della popolazione, che potremmo individuare come ceto medio lavoratore, che invece hanno visto crollare il reddito. E' questo il dramma di questa crisi: in questi anni è aumentato in modo vertiginoso la disuguaglianza, quindi il discorso sull’impoverimento va fatto su quei due terzi che si sono visti ridurre il poco che avevano, per cui chi era povero è diventato più povero e chi era ricco è diventato più ricco. E' aumentata questa forbice.
La causa più prossima dell’impoverimento di questa fascia di famiglie è da ricercare nel calo del reddito, dovuto al ristagno delle retribuzioni, a salari e pensioni inadeguate rispetto al costo della vita, per non parlare del tema della precarietà e della mancanza del lavoro, a cui si aggiunge il taglio dello stato sociale che dovrebbe proteggere chi è in questa situazione.
C’è poi un altro tema, quello di una pressione fiscale eccessiva rispetto ai reali servizi offerti dallo Stato, un fisco che invece di finanziare le comunità si limita a fare da esattore per i fondi speculativi internazionali, per cui si è persa una quota importante della ricchezza. In particolare mi riferisco a quel fardello dei derivati nella Pubblica Amministrazione che è costato all’erario 2,3 miliardi di euro. Insomma, parliamo di una situazione complessa che però va governata e presa con la giusta attenzione.

D. Acli a questo proposito ha presentato l'anno scorso un "Patto Aperto contro la Povertà", quali frutti sta portando questa iniziativa?
Stiamo ultimando un documento che verrà presentato a brevissimo a tutti gli attori e che vuole portare all'attenzione del governo una serie di proposte orientate proprio a combattere la povertà. Nell'insieme delle iniziative portate avanti in questi mesi nulla è stato fatto per chi è in questa fascia, quindi ci stiamo preparando per fornire una proposta che abbracci questa problematica da tutti i punti di vista. D'altronde lo stesso Patto e costituito da una vasta area di protagonisti: associazioni del mondo cattolico e non, fondazioni, sindacati, istituzioni. La nostra volontà è di mettere attorno al tavolo tutti gli attori che oggi operano per contrastare la povertà, ognuno di noi ha una sua mission e la esercita proprio con questo obiettivo. Spero e credo che la politica colga questo nostro sforzo che è frutto di un’esperienza, di un quotidiano, di un’elaborazione e di un lavoro che non deriva da una teoria nata a tavolino.

D. Quali ulteriori passi avanti si possono fare, secondo lei, per contrastare l'aumento della povertà?
Innanzi tutto prendere a cuore la situazione di quelle persone che sono nelle fasce di difficoltà, così come abbiamo trovato 80 euro per quelle famiglie, giustamente, che oggi sono border line, con la stessa determinazione oggi si devono trovare delle risorse economiche e non per quanti si trovano in difficoltà. Per esempio bisogna guardare con molta attenzione ai tagli operati ai Comuni: mi pare che gli abbiano tolto tutto quello che si poteva e che ora non ci sia più nulla. Il contrasto alla povertà deve vedere invece i Comuni protagonisti e dobbiamo investire risorse per le politiche sociali di accompagnamento e sostegno a chi è senza reddito. Ritengo ci siano una parte di risorse economiche che possono essere utilizzate per il rilancio e il rafforzamento di servizi che partono dai comuni e dai servizi sociali.

D. Acli è presente capillarmente sul territorio da 70 anni e ha saputo evolversi in base ai diversi bisogni che man mano si rendevano evidenti; sulla base della vostra esperienza che ruolo ritenete rivesta oggi il terzo settore in Italia? Rispetto a questo, che atteggiamento dovrebbe assumere la politica?
Io ritengo che il terzo settore, come tutto il mondo dei corpi intermedi che operano nel nostro Paese, siano una grande ricchezza. Sono quella parte della nazione che in questi anni, grazie alle sue azioni, ha tenuto insieme in maniera coesa il Paese. In particolare il terzo settore ha dimostrato di essere un grande ammortizzatore della crisi, oltre che una forma di impresa che sa creare e che sa dare valore. Il no profit è stato in questi anni un salvagente per l’occupazione, infatti gli addetti nel settore sono aumentati del 40%; credo che soltanto questo dato stia a dimostrare che non è soltanto uno slancio sociale e umanitario, ma anche di natura economica. La politica da questo punto di vista deve tenere conto del fatto che il piano di sviluppo del paese non può prescindere dal mondo del terzo settore. Per la nostra economia è un asset fondamentale di sviluppo e per questo va accompagnato. Penso che la politica debba guardare questo mondo anche per la sfida che è in grado di portare al mondo "profit": profitto non è una brutta parola, ma è l’uso che si fa del profitto che è determinante. Oggi è questa la sfida per il terzo settore: cercare di competere secondo le regole del mercato avendo però un occhio di riguardo all’aspetto e ai risvolti sociali. E' un'esperienza interessante, ritengo che la politica abbia il dovere di accompagnarla e di rendere così più umano anche il nostro futuro, più coerente.

D. La povertà ha come diretta conseguenza (tra le varie) una seria difficoltà di accesso alle cure, come valuta in questo senso l'operato di Banco Farmaceutico?
Quando il Banco Farmaceutico ha deciso di aderire all’alleanza contro la povertà per me e per noi è stata una cosa molto importante, perché per noi Banco Farmaceutico rappresenta in questo momento di crisi un punto di riferimento importante proprio per quanto detto prima in un ambito strategico, che è quello della cura. Molte famiglie spendono tutto per vitto e alloggio e sono costrette, a dolorose rinunce proprio sulla salute dei figli e delle persone anziane, cioè quelli più deboli e fragili. Credo che l’operato del Banco Farmaceutico non solo alimenti e porti un po’ di sollievo e speranza a queste persone, non solo contribuisce a sensibilizzare le aziende e gli operatori, ma svolge un ruolo fortemente politico di supplenza in un ambito estremamente delicato e sul quale credo che uno Stato serio, moderno ed europeo non possa scherzare. Quindi il Banco Farmaceutico deve senz'altro continuare a fare il suo lavoro, ma lo Stato non può lasciare che altri suppliscano rispetto a queste mancanze. Ritengo il ruolo del Banco Farmaceutico estremamente prezioso sia in termini di assistenza e beneficienza là dove opera, sia in termini politici, perché ci fa capire che quello della salute è un tema cruciale su cui non si può scherzare.