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COME SI MISURA LA POVERTA'?

di Luca Pesenti

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Come si misura la povertà? Si tratta di una sfida teorica e metodologica classica per le scienze statistico-sociali, ma a ben vedere non è un mero problema di “metrica” accademica. Sapere quanti sono, chi sono e quanto sono deprivati e vulnerabili i poveri rappresenta una sfida rilevantissima dal punto di vista del policy research, ovvero del contributo che la ricerca in argomento può dare per migliorare la capacità predittiva e di risposta specifica delle politiche pubbliche.

Il 13 giugno, sul Corriere della Sera, Dario Di Vico ha molto opportunamente lanciato il classico sasso nello stagno
, dando voce a un dibattito antico tra le mura della comunità scientifica: ci sono troppe definizioni di povertà e questo rende difficile orientarsi. Di Vico cita le definizioni più note (assoluta, relativa, di deprivazione), ma molte altre sono state proposte nel tempo, con tassi di genericità crescenti: dalla povertà soggettiva alla povertà “grigia”, fino alla vulnerabilità. Un ginepraio di concetti e metodi che non aiutano a diradare la nebbia su una realtà, quella della povertà, che per definizione si presenta come multidimensionale nelle cause, articolata nelle conseguenze, spesso transitoria e fluttuante nelle dinamiche di sviluppo.

Come fare dunque a capire chi sono davvero i poveri?
Fermo restando il contributo imprescindibile fornito dalle statistiche sociali, è utile tenere in considerazione anche il contributo che proviene da indagini più specifiche e settoriali, che in questi ultimi anni sono state capaci di isolare specifici “mondi” della povertà, partendo non da una condizione generica, ma dall’identificazione di un bisogno specifico.

E’ il caso, ad esempio, di quanto emerso in tema di “povertà sanitaria” grazie alle analisi condotte dall’Osservatorio Donazioni Farmaci, organo di ricerca della Fondazione Banco Farmaceutico. Mettendo in moto un processo di elaborazione e analisi di dati costantemente raccolti da 1.660 enti caritativi operanti in tutta Italia, da quattro anni è possibile ottenere una fotografia nitida di quella parte di poveri che vengono aiutati non potendo permettersi un’adeguata cura in termini farmaceutici e sanitari (560.000 nel 2016), descrivendone i profili socio-demografici, studiandone i bisogni di salute, analizzandone le caratteristiche epidemiologiche.


Naturalmente non si tratta di un’analisi priva di limitazioni in termini metodologici, così come limitate e imperfette sono anche tutte le altre modalità di descrizione della povertà presenti sul “mercato” della scienza sociale. Ma certamente queste modalità di analisi possono vantare un elemento di indubbia forza: non nascono da ricerche campionarie, ma si presentano come osservazione diretta di un fenomeno dai contorni più nitidi rispetto al bisogno che esprime.


Insomma, per capire chi sono i poveri e per provare finalmente a raggiungerli con politiche pubbliche da sempre assenti nel nostro Paese, la strada potrebbe essere quella di incrociare i dati ufficiali con queste esperienze di ricerca, magari permettendo anche agli enti caritativi (che i poveri non hanno bisogno di cercarli e analizzarli, perché li hanno direttamente “in casa”) di porsi non solo come “sentinelle del bisogno” (su cui si è scaricato in buona parte la domanda sociale più fragile, prima e durante la grande crisi), ma come veri e proprio protagonisti della “presa in carico” dei poveri.

Insomma, replicando un modello che da decenni dà buona prova di sé (quello dei patronati), le organizzazioni caritative possono rappresentare per le politiche pubbliche al tempo stesso lo strumento di identificazione di un bisogno specifico e il luogo in cui questo bisogno può essere più facilmente e velocemente individuato e sostenuto con una pluralità di interventi integrati. Si potrebbe cosi rendere questi soggetti capaci di essere la prima porta di ingresso che gli indigenti varcano per poter entrare in un sistema di aiuti misto pubblico-privato.
Luca Pesenti, docente di Sociologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore